Un collaboratore deve riassumere un contratto di quaranta pagine. Copia il testo, lo incolla in un chatbot di intelligenza artificiale e in due minuti ottiene il riassunto. Il lavoro è fatto, nessuno si accorge di nulla. Il problema è cosa è successo a quel testo nel frattempo. Gli strumenti di intelligenza artificiale generativa sono ormai entrati nell'operatività quotidiana di molti studi professionali, spesso senza che il titolare l'abbia deciso. Sono i singoli collaboratori ad adottarli, per comodità, con i loro account personali. Dal punto di vista della riservatezza, la questione non è se l'AI sia sicura o meno in senso assoluto.
Dipende da tre fattori che raramente vengono verificati
Il tipo di servizio utilizzato Le versioni gratuite e quelle professionali possono avere condizioni molto diverse su conservazione dei dati e loro eventuale impiego per migliorare il modello. Le condizioni vanno lette, e possono cambiare nel tempo.
La natura delle informazioni inserite Un testo che contiene dati personali, informazioni coperte dal segreto professionale o dati dei clienti ha implicazioni diverse da un testo generico. Per un avvocato, un commercialista o un medico, la responsabilità resta in capo al professionista.
L'esistenza di una regola interna Nella maggior parte degli studi non c'è alcuna indicazione su cosa si possa o non si possa inserire. In assenza di una regola, ogni collaboratore decide da solo. Vietare lo strumento raramente funziona: l'uso si sposta semplicemente fuori dal controllo dello studio. Più efficace è definire poche regole chiare: quali strumenti sono autorizzati, quali categorie di dati non vanno mai inserite, quando è necessario anonimizzare i documenti prima di sottoporli a un'AI.
L'intelligenza artificiale può far risparmiare molto tempo, ma solo se il suo uso resta all'interno di regole che il titolare conosce e ha scelto.
